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Il Novecento di Bruneteau

IL SECOLO DEI GENOCIDI 

 LE ORIGINI IDEOLOGICHE E STORICHE DEI COMPORTAMENTI GENOCIDI

B. Bruneteau, Il secolo dei genocidi , Il Mulino, 2006 (traduzione a cura di Flores D'Arcais A.) 

Recensione a cura di Michele Bentini

E’ il titolo il principale elemento esplicativo della tematizzazione compiuta dall’autore. genocidi

In questo caso l’attenzione cade inevitabilmente sul termine “genocidi”, che rievoca immagini del nostro recente passato tristemente note a tutti, mentre il termine “secolo” rimane cronologicamente imprecisato.

Si tratta quindi di un titolo poco esplicativo, che non aiuta il “lettore qualsiasi” a capire quali eventi incontrerà, in quale arco di tempo e da che punto di vista essi verranno analizzati; tuttavia il centro dell’argomentazione dell’autore è proprio il periodo storico, il XX secolo nella sua specificità di culla dei genocidi, ed il titolo evidenzia proprio il forte nesso che lega il Novecento al Genocidio.

L’introduzione all’edizione italiana, a cura di Marcello Flores, presenta il tema del genocidio alla luce della stretta attualità che lo riguarda, dal dibattito venuto recentemente alla ribalta attorno alle vicende giudiziarie degli imputati per i crimini commessi in Cambogia, Ruanda ed Ex-Yugoslavia, alla situazione preoccupante in cui si trova la regione africana del Darfur. Accenna anche a temi che ritroveremo nel testo come il problema dello studio dei genocidi, della definizione storica e giuridica e di tutto ciò che consegue all’uso politico del termine genocidio, che in certi casi è diventato un termine “scomodo” da usare, ostacolando di conseguenza la prevenzione del crimine e l’intervento della comunità internazionale ove pareva necessario.

Flores inoltre anticipa un tema trattato da Bruneteau, il legame “violenza-modernità-genocidio”, evidenziando il fatto che laddove sono state mobilitate e poste in pericolo tutte le identità che accompagnano la condizione di modernità, si è reagito costruendo un nemico con la maggior efficacia nel corso del Novecento, tale da scatenare una violenza mai vista prima. È il caso unico della Shoah.

L’introduzione di Bruneteau si struttura come un vero e proprio capitolo, con un titolo ( “Come pensare i genocidi ?” ) e suddiviso in paragrafi. La volontà è quella di chiarire il concetto Genocidio - termine coniato da Raphael Lemkin - partendo dalla definizione giuridica adottata dall’ONU nel 1946, modificata nel 1948 e illustrando tutte le problematiche legate ad essa, per giungere al dibattito storiografico riguardo la definizione storica di questo concetto. Chiarisce inoltre il proprio intento,cioè quello di adottare un approccio comparativo tra i diversi genocidi del XX secolo analizzandoli sulla base di elementi funzionali al confronto (definizione del gruppo vittima - grado di intenzionalità - profilo degli esecutori - modalità di  

perpetrazione), senza voler minimamente banalizzare le stragi o paragonare il numero delle vittime.

Addentrandoci tra i capitoli, le note e le appendici del testo, non troviamo alcuna periodizzazione dei fatti ricostruiti.

Attraverso l’Indice e una tabella presente nelle Appendici possiamo intuire il motivo di tale mancanza: trattandosi di eventi a se stanti è impossibile effettuare un operazione di periodizzazione.

Quelli presi in considerazione sono:

- Genocidio degli Armeni (1915)

- Genocidio dei contadini Ucraini (1932-33)

- Genocidio degli Ebrei (1941-45)

- Genocidio in Cambogia (1975-79)

- Genocidio dei Tutsi Ruandesi  (1994)

- Genocidio dei Bosniaci musulmani (1992-95)

Guardiamo ora ai sei capitoli in cui il libro è organizzato.

Il primo capitolo “Alle radici del comportamento genocidario contemporaneo” illustra come l’ultima parte del XIX e la prima parte del XX secolo lascino una pesante eredità di massacri e violenze: alla conquista coloniale spietata, a darwinismo sociale e nuove teorie razziali che giustificano lo sterminio dei popoli autoctoni come corollario del progresso, si andranno a sommare la violenza inaudita e disumana della Prima guerra mondiale, demonizzazione del nemico e brutalizzazione della vita politica. Tutto questo prepara il terreno al concretizzarsi del comportamento genocidario e - in larga misura - all’accettazione o indifferenza verso esso.

Dai capitoli II a VI Bruneteau analizza i singoli genocidi avvenuti nel XX secolo, partendo dalla descrizione del contesto interno e internazionale in cui si svolge l’evento, per poi passare a quella della minoranza vittima di genocidio. Analizza i criteri di definizione del “gruppo vittima” da parte degli esecutori, precisa la costante presente in tutti i genocidi - l’evento scatenante - che accelera il processo genocidario e prosegue con l’analisi dell’ideologia e del profilo degli esecutori. Variabile decisiva per lo studio dei genocidi è il grado di intenzionalità di sterminio, che viene valutato dall’autore dopo aver illustrato le modalità di perpetrazione del genocidio. Infine passa alla disamina delle diverse interpretazioni che ha avuto il genocidio nella storiografia, evidenziando il ruolo della memoria e descrivendo il processo di riconoscimento da parte della comunità internazionale, le vicende processuali e le condanne - non sempre - stabilite.

Un paragrafo degno di nota è quello riguardante la Corte Penale Internazionale, dove l’autore ripercorre le tappe più significative della creazione di una giurisdizione penale internazionale, dalla fine dell’Ottocento  alla Commissione d’Inchiesta istituita dopo la 1°guerrra mondiale, dal Tribunale di Norimberga alla sospensione dei lavori dovuta alla Guerra Fredda, per giungere allo Statuto della Corte Penale Internazionale firmato a Roma nel 1998.

Nel capitolo conclusivo “Perché il XX secolo è il secolo dei genocidi ?” viene esposto il punto di vista dell’autore sul rapporto Novecento-Genocidio.

Il comune denominatore a tutti i regimi colpevoli di genocidio è una “logica totalitaria” , una “razionalità delirante” propria del totalitarismo che prevede un futuro senza le indeterminatezze della democrazia, senza lotte e tensioni interne, una società omogenea liberatasi della propria natura conflittuale.

La mitizzazione del Popolo come corpo organico,come insieme omogeneo rinsaldato attorno ad un ideale unitario va di pari passo con la stigmatizzazione delle minoranze, degli esclusi che diventano “parassiti” e “insetti nocivi” da eliminare. Il genocidio nell’immaginario totalitario diventa “profilassi” , un mezzo per ripulire il corpo sociale dalle impurità.

Altro filo conduttore è la tesi che vede i genocidi non come momento di sbandamento del processo di civilizzazione o come particolarità di storie nazionali, ma come espressione delle capacità e delle risorse della società moderna. La logica dello Stato-Nazione che risale al XIX secolo è proprio quella di costruire un organismo politico fondato su una comunità nazionale etnicamente e culturalmente omogenea, che garantisca l’ordine e ponga fine ai conflitti interni, escludendo di fatto le popolazioni non assimilabili. Aiutati dalle circostanze e liberati dagli ultimi impedimenti del diritto, alcuni stati del XX secolo hanno mostrato tutto ciò di cui era capace l’ambizione della modernità.

Comune a tutti i regimi genocidari è inoltre la convinzione di essere vittima di un ordine internazionale ingiusto ed oppressore. Questa viene strumentalizzata attraverso l’ideologia fino a creare un nemico esterno e legata al pericolo interno rappresentato dalla minoranza, che di conseguenza viene accusata di cospirazione contro lo stato. Genocidio visto anche come “guerra di liberazione”.

Infine l’autore presenta la tesi di A. Chua che stabilisce un rapporto di causa-effetto tra sviluppo dell’economia di mercato e odio etnico. Esiste un divario letale insito nella modernità, quello tra la dinamica mondialista del capitalismo che accresce la ricchezza e l’influenza delle minoranze e la dinamica nazionale democratica che accresce il potere politico della maggioranza autoctona.

“La democratizzazione da libero sfogo all’odio, è il motore del conflitto e della propensione genocidaria”.

Questa tesi viene illustrata dall’autore per rapportare la conoscenza del passato a quella di un presente che mostra uguali caratteristiche nel problematico contesto della globalizzazione.

Insomma, un libro che sarebbe conveniente trasporre didatticamente per far riflettere i giovani su un tema e su un concetto che i mezzi di comunicazione di massa frequentemente propongono alla nostra attenzione.

 

 

 

   

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