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Tra letteratura e storia al Premio Campiello 2007

MILENA AGUS CON IL SUO ROMANZO MAL DI PIETRE

AL PREMIO CAMPIELLO 2007

Un riconoscimento meritato ad un'amica speciale di Clio '92.

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MIlena AgusMal di pietreMilena Agus ha ottenuto il secondo posto al Premio Campiello 2007 con il libro  Mal di pietre (Edizioni Nottetempo) dopo un serrato confronto con la vincitrice Mariolina Venezia autrice di  «Mille anni che sto qui» (Einaudi).

Milena è nata a Genova e vive a Cagliari dove insegna Italiano e Storia in un istituto tecnico della città sarda. E' in questo suo ruolo professionale che abbiamo avuto modo di conoscerla e apprezzarla. Nel 2001 ha partecipato al concorso Franco Rizzi meritando una segnalazione per il suo lavoro didattico "Svilppo dell'industria e dell'artigianato nel territorio di Cagliari e Provincia dall'Ottocento a oggi. Produzione di un modulo di storia settoriale locale secondo le Tesi di didattica dell'associazione Clio." pubblicato nel 2003 (Monastir Grafiche Ghiani).

Mal de pierreNel 2005 pubblica sempre per le edizioni Nottetempo il suo primo romanzo, Mentre dorme il pescecane e nel 2006 l'ultima sua fatica, Mal di Pietre, tradotto con grande successo di pubblico e di critica anche in Francia . (Ascolta l'intervista all'autrice dalla trasmissione Fahrenheit su RAI 3).

Abbiamo voluto dedicare anche noi un pensiero all'amica Milena con una recensione, a cura di Francesca Demattè , del libro che l'ha porta al secondo posto del Premio Campiello 2007,  in segno di ammirazione e stima per il lavoro che ha svolto in questi anni e per i risultati fin qui raggiunti.

 

Auguri di cuore Milena da tutti gli amici di Clio '92!

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Recensione a cura di Francesca Demattè

Quale ruolo ha la Storia, quella con la esse maiuscola,  nelle storie personali , nelle vicende quotidiane degli uomini e delle donne di ogni tempo?

Quasi per rispondere a questa domanda, frequente fra chi si interroga su eventi, tempi, spazi e soggetti lontani dalla propria esperienza quotidiana, Milena Agus in “Mal di Pietre” intreccia fatti ed avvenimenti della storia (così come i personaggi in essa protagonisti), alle storie apparentemente minori e in gran parte femminili, di tre generazioni dell’ultimo Novecento italiano.

L’arco temporale è quello che investe circa sessant’anni del nostro secolo breve. Lo spazio quello di una Sardegna che emerge attraverso la luce abbagliante di Cagliari, il vento di maestrale, il mare e il cielo blu del golfo di Orosei, i cortili pieni di buio e fiori delle case montane di Gavoi. Ma anche quello di Milano, della sua nebbia, dei palazzi massicci, delle sferragliate di tram, “della gente fitta, con le facce nei baveri dei cappotti dentro un’aria di pioggia…” e quello un po’ nazional-esotico delle cittadine termali, dove le acque curano i mal di pietre, ovvero le tante e diverse sofferenze che  si  calcificano nei corpi e asciugano l’anima di donne e uomini che passano nella storia.

Sono tante le storie che Milena Agus racconta in Mal di Pietre: storie di segni, vere e proprie incisioni “lasciate nella vita che striscia” dagli eventi che nella quotidianità ognuno di noi scrive in tanti alfabeti, in registri diversi a volte violenti, come graffiti sul muro, a volte delicati, come le note di un pianoforte.

Le vicende riguardano un tema principale: la ricerca, conquista, perdita della “cosa che rende tutto bello” e si snodano intorno a pochi personaggi, i membri di una famiglia allargata,  che al lettore vengono presentati dalla voce narrante di una  nipote: è attraverso il punto di vista della terza generazione, che a noi arrivano le vicende,i sentimenti, le emozioni, i desideri, le fantasie di nonne e madri e donne e uomini tutti intesi all’amore, o meglio tutti presi nella spirale del desiderio, delle passioni.

E’ il desiderio il grande protagonista del libro di Milena Agus, la soddisfazione o la frustrazione del desiderio che aggruma o scioglie nel corpo della nonna in primis, ma di tutti i personaggi, le emozioni che arrivano dentro la vita. Come a dire che senza emozioni non c’è storia.

Le emozioni che incontriamo fin da bambini, che hanno nomi di odori, di sapori, di colori, di suoni, di gesti - a volte anche violenti - ci parlano di un’altra parte, di un’altra storia non solo di quella che conosciamo, ci raccontano il mistero dell’altro, della musica, di Dio.

E ciò avviene attraverso il profumo sconosciuto del tabacco di una pipa o attraverso l’odore dei libri e delle cartolerie o di gabinetto e di cavolo di un vecchio palazzo milanese bombardato e lo stesso abitato.

Sono le emozioni a fermare significativamente lo scorrere del tempo. Sono loro a entrare nel racconto e  a segnarne idealmente l’asse dello sviluppo temporale di eventi quali la chiusura dei manicomi,  l’occupazione dell’università statale, la discesa di Armstrong sulla luna, l’occupazione russa di Varsavia. Perché la vita degli uomini e delle donne che Milena Agus ci fa incontrare è, in quei momenti, aperta alle emozioni che si vivono dentro le storie personali.

Il 10 maggio 1978 in Italia si chiusero per legge i manicomi. Quel giorno è storia nel racconto che ascoltiamo dalla narratrice per uno di quei paradossi che più volte la Agus mette in scena, quasi seguendo una legge interiore di contrappasso: quel 10 maggio, nella storia familiare, muore il nonno, l’uomo che sposando nonna aveva salvato la famiglia dal disonore della follia.  

Se le emozioni scrivono gli eventi sulla pietra della storia, l’emozione che scioglie le pietre è l’emozione d’amore: nonna si salva anche perché in un  piacere infantile mette tutta la difesa di ciò che lei è, contro la legge della famiglia e della società, a costo di farsi internare come pazza. 

Il controllo, la razionalizzazione che pure guidano tante vite giuste non bastano sembra dirci Milena, anzi  quando sono scelte per paura di soffrire, congelano e ammalano. Come accade a  nonna Lia.

All’importanza della dimensione emotivo-cognitiva nella storia, la Agus riporta anche la scelta linguistica, sia per ciò che riguarda la contaminazione dell’italiano con  espressioni e moti della lingua sarda, sia per quanto riguarda l’intreccio dei registri dal colloquiale al poetico.

Le parole e le espressioni sardignole, in corsivo nel testo, ci restituiscono la durezza e la poesia di una parlata antica e pastorale come il sardo, ma anche la testimonianza del rimescolamento dal quale arriva a noi la ricchezza della nostra lingua italiana.

Grazie a questa felice operazione possiamo godere dei suoni e delle espressioni che portano nell’italiano standardizzato le lingue materne. E’ vero che Milena Agus trascrivendoli li pietrifica,ma offre anche loro altra vita fuori dal circuito isolano, consapevole della necessità della trasformazione e della inesorabilità della scomparsa.

Forse il ruolo della scrittura è anche questo traghettare dentro dimensioni altre le emozioni della vita, come a dire che è questa magia che la scrittura permette.

Di mio aggiungo che ciò accade quando uno scrittore è così attento a impastare in un pane leggero, come il foglio di carta da musica dei pastori sardi, la vita che viviamo e la sua rappresentazione che, in questo libro, è  fantasiosamente femminile.

Francesca Demattè,  2 settembre 2007

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