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Tra autobiografia e storia

Il secolo breve del siciliano Vincenzo Rabito

A cura di Santo Lombino

“E 30 picciotte c’erino, che facevano lì dentra, li caruse, tutte i lavori di Vincenzo Rabito fachenaggio che c’erino: carriare case piene di buvatte di stratto di conserba. Poi c’erino 30 caruse di 10 a 12 anne, tutte delinquente, che sempre si prentevino a bastonate, tutte caruse che alle sere frecoentavino l’Opera dai pupe e stampagno sempre pupe dentro li mura dello stabilimento. E c’era uno uomo con una lunca bachetta e magare un bello nerbo per darece corpe, per quanto lavoravano  queste picciotte, e non mascheravano li mura dello stabilimento. E, compure che quello dava bastonate tutte l’ure e tutte i momente, sempre lo prentevino per fessa lo stesso, che erino racazze che comantavino i diavole.”

Poche frasi per descrivere una scena di lavoro minorile in un capannone industriale della Catania del 1930. Una delle cento scene che ci si presentano leggendo “Terra matta” del geniale semianalfabeta Vincenzo Rabito, pubblicato da Einaudi nella primavera 2007. Nato a Chiaramonte Gulfi, nell’estremo sud della Sicilia, Rabito, che ha fatto nei vari momenti della vita il bracciante, l’operaio di fabbrica, il contadino, il  soldato, il cantoniere, ha raccontato in mille pagine (di cui il libro è una selezione) l’intera sua esistenza “molto maletratata e molto travagliata e molto desprezata”.”Che brutta vita che ha passato -- scrive ad un certo punto (pag.159) – questo Rabito Vincenzo!”.

Come si vede, il linguaggio utilizzato è quello tipico dell’italiano regionale, frutto di un impasto tra dialetto e lingua nazionale, con frequenti espressioni proverbiali e frasi fatte. La sua è stata definita una “scrittura acustica”, in quanto riproduce la percezioni dei suoni delle parole ascoltate. Così leggiamo “non ti priucupare”, “Quardie rosse“, “Adissa Bebba”, “austriece”, “cagliadette”,” “li refretoia”, “ciomitra”,“fermare la pace”.

Le agglutinazioni, cioè le unioni di due parole, sono costanti. Così non solo il nostro autore scrive “lermetto” “annoi”, ma anche, in modo caratteristico, anNapoli”, “amMisina”, ecc. Una maniera di trascrivere il discorso orale che ricorda molto  quello del conterraneo Tommaso Bordonaro (1909-2000), scrittore semi-letterato della provincia di Palermo, che ne “La spartenza”( Einaudi,1991) aveva in poco più di cento pagine redatto la propria autobiografia di contadino, poi  emigrato nel 1947 nei “Iunarsteti America”, dove era andato “allavorare nella fabrica dei macarone  Laperla”.

Nel 1975 veniva dato alle stampe “Horcynus Orca” il capolavoro del poeta e scrittore siciliano Stefano d’Arrigo, che seguiva il ritorno di  un soldato dalla guerra alla sua terra ed alla  sua vita di marinaio sullo stretto di Messina: nello stesso anno, Vincenzo, che aveva imparato a scrivere da solo, leggendo “Querino il Meschino”, concludeva  la sua impresa alla macchina da scrivere, utilizzata per sette anni di seguito per dare corpo ai suoi primi settant’anni.

Nato nel fatidico 1899, il nostro autore-protagonista  viene chiamato nel regio esercito ad affrontare, nel 1918, il nemico austriaco al confine orientale ”che propia erino li ciorne che abiammo lasciato un Storia, li ragazze del 99 che erimo incenove, e dove ci dicevano di antare, antiammo” (pag.83);”avemm il cuore di picole,ma,con questa carneficina che ci ha stato, diventammo tutte macellaie di carne umana (pag.55)”.

Riesce a sopravvivere agli scontri ed agli assalti e  rimarrà sotto le armi molti mesi anche quando, come dice De Gregori,  il nemico sarà “vinto e battuto”. Sarà così utilizzato nel seppellimento dei morti a “Curizzia””e poi nel servizio d’ordine pubblico durante il primo dopoguerra, quando le squadre fasciste danno l’assalto ai municipi socialisti e ad Ancona esplode la “settimana rossa . Congedato, Rabito, che si confessa socialista per eredità familiare, prende la tessera del partito fascista e va a cercare lavoro in Libia e in Somalia, dove però viene, con l’inganno, impiegato a combattere nella guerra d’Etiopia. Ritornato in patria, dopo alcune esperienze nell’edilizia, rimane regolarmente disoccupato: riesce a partire per la Germania dove avrà la pelle maculata per le lavorazioni in una fabbrica chimica.

La seconda guerra mondiale lo vede quindi subire bombardamenti nel terzo Reich ed assistere agli scontri tra tedeschi, italiani e inglesi in Sicilia. Nel secondo dopoguerra, dopo aver amministrato un podere, diventerà cliente di cordate elettorali e si metterà in cerca di raccomandazioni per diventare, riuscendoci,  cantoniere in una strada provinciale. Infine, conoscerà moti e sommovimenti del ’68 attraverso la vita spericolata di uno dei figli che andrà a studiare a Bologna ed a girare l’Europa col sacco a pelo in spalla. «Ciovanni pazzo perforzza senevoleva anatare a cirare litalia, la Spagna, la Francia tutta con l´auto stoppe, io ci dicevo Ciovanni reposete che vuoi antare a tastare la fame?».

Il protagonista-narrante, solitario ma desideroso di scegliersi buoni amici, picaresco donnaiolo sfortunato con le donne, edipicamente legato alla madre e costretto a scontrarsi con una suocera che lo odia, cattivo ( “lazzerone e delenquente”) coi cattivi e buono coni buoni, dalla battuta salace sempre pronta, ci comunica sempre le sue sofferenze e i suoi momenti di allegria e divertimento. Anche nei momenti più tragici, Rabito non perde il gusto per la battuta salace e uno scanzonato autocompatimento  e trova sempre il modo per uscire indenne dalle situazioni più complicate. Non fa l’eroe né il donchisciotte, ma spiega il perché delle sue scelte a volte controcorrente, a volte decisamente conformiste. A commento della sua esperienza della Grande guerra, scriverà: “Così, qualcuno magare ‘moreva per la crantezza della patria! Che la patria aveva ancora bisogno di noie!’ e quinde, se se ‘moreva per la Padrie, non si moreva’! E che ‘moreva per la patria’  moreva di un bravo soldato. Quinte, erino belli parole ‘morire di aroie’, ma erino parole che facevano compiare (gonfiare, n.d.r.) li coglione, se tutte la penzavino come la penzava io”.

Pieno di saggezza contadina, Rabito sa comunicare utilizzando azzeccate similitudini: “…il cuore che mi batteva come una scattiola del Giovedì Santo, quando portavano Gresù Critto al Calvario sulla crocie, inchiuvato e tutto insanquinato” (pag.88); ”Così mi socideva come la tartaruca, che stava arrevanto al traguardo e all’ultimo scalone cascavo!”(pag.156) e facendo uso di sottile ironia:”E questa consolante notizia di chi era morto ci la portavano per fina a casa li carabiniere” (pag.89); “E neanche se avessemo auto manciare, avessemo auto il piacere di manciare, perché manciammo allegria e contentezza” (pag.117). E potremmo continuare…

Vivacissimo documento linguistico, antropologico e storico, dunque. Il racconto di Rabito è una testimonianza senza intermediazioni di un’intera vita che attraversa il Novecento, con la piccola storia e la “grande”. Per questo, può, accanto ad altre testimonianze popolari e “alte”, ufficiali e non, essere anche a scuola una delle fonti da utilizzare per comprendere e confrontare i punti di vista sulle tempestose vicende di quel secolo con cui ancora forse non abbiamo fatto tutti i conti.

18.06.2007

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