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Storia del Partito d'Azione

Giovanni De Luna, STORIA DEL PARTITO D'AZIONE, Roma, Editori Riuniti, 1997, pp.436

A cura di Gliulio Ghidotti Norberto Bobbio

Fa un certo effetto ritrovarsi tra le mani questo libro di Giovanni De Luna (a più di ventanni dalla sua prima edizione nel 1982 da Feltrinelli, e a quasi dieci dalla seconda), un libro che tratta della brevissima vicenda del Partito d’Azione, il partito politico antifascista (l'unico nato come reazione al fascismo), di ispirazione democratico-risorgimentale, fondato dalla confluenza di ex militanti di Giustizia e Libertà, liberalsocialisti e democratici repubblicani, nel luglio del 1942. Leo Valiani

Questo effetto è accentuato dal fatto che ci troviamo a poche settimane dall’approvazione, da parte della maggioranza parlamentare di centro-destra, della modifica di ben 53 degli 85 articoli che compongono la II parte della Costituzione vigente. Una modifica che, sotto molteplici profili, rappresenta di fatto una vera e propria nuova Costituzione, in conflitto antitetico con quella che ha coronato la lotta antifascista. 

Ci troviamo cioè, al culmine di una lunga strategia politica revanchista nei confrontiEmilio Lussu dell’antifascismo che si è manifestata spesso con fragorose e cicliche polemiche giornalistico-televisive, aggressioni per certi versi incomprensibile, contro i pochi sopravvissuti della lontana esperienza del PdA.

De Luna, invece, già nell’introduzione alla seconda edizione del volume, coglie lucidamente il senso di una aggressività e acrimonia che è continuata anche nell’ultimo decennio.

“ L’eventualità che l’esperienza del PdA assumesse una funzione di supplenza morale e culturale per i post-comunisti e per la sinistra, sembrò rilanciare il rancore aggressivo dei suoi avversari tradizionali. Ad essere attaccato è stato l’azionismo nella sua valenza forte di elemento costitutivo del paradigma antifascista. Si trattava di delegittimare la “prima Repubblica” demolendone il Dna costitutivo, il patrimonio genetico originario, per affrettare il passaggio ad una “seconda Repubblica” … . Le critiche furibonde che investivano (ed investono) un partito scomparso da 45 anni si giustificavano quindi solo in questo senso: la battaglia sembrava riguardare il passato e la storia mentre si riferiva invece al presente e alll’attualità ed alla lotta politica; nell’antifascismo, e nel PdA che con più intransigenza lo aveva da sempre incarnato, si colpiva uno dei mpochi valori che obbligavano ancora una scelta di campo netta e senza mediazioni; un valore troppo “pesante” in un mondo politico ansioso di ritrovare una sua “normalità”.

Ugo La MalfaIn ogni caso, ad un quarto di secolo dalla sua prima edizione, ben al di là delle urgenze della più stretta attualità politica, la Storia del partito di Azione di De Luna  continua ad essere considerata l’opera più significativa  e più completa sull’argomento per la rigorosità del suo impianto storiografico.

Infatti, attraverso una prolungata e complessa ricerca, l’autore ha analizzato le posizioni delle diverse correnti culturali e politiche che confluirono nel PdA, i programmi e le alleanze, le  vicende dalla sua fondazione (1942) sino allo scioglimento (1947), offrendo un rinnovato e tuttora valido quadro interpretativo del “fenomeno azionista”

In questa operazione, di cui dà conto soprattutto nella Premessa alla prima edizione,  De Luna si è trovato a dover fare i conti con una “riflessione storiografica sul PdA ancora prevalentemente ancorata ad una abbondante produzione memorialistica, mentre le fonti più note ed utilizzate dagli  studiosi erano i giornali e le numerose pubblicazioni curate dal partito”. Un patrimonio vasto e disomogeneo allo stesso tempo, che, però, “essendo l’unico accessibile, finiva per predeterminare gli stessi indirizzi metodologici della ricerca, costretta ad un approccio da “storia delle idee”, con l’attenzione rivolta soprattutto al dibattito teorico e ai contrasti ideologici che caratterizzarono l’esperienza azionista”.

Ferruccio ParriUn patrimonio iniziale che induceva a riproporre la vicenda di un  gruppo dirigente, un limite  che De Luna voleva superare. “ … era mia intenzione approfondire i rapporti del PdA con la sua base sociale, con la concretezza della sua dinamica organizzativa, la specificità delle sue realtà periferiche, la sociologia del suo personale periferico, i rapporti di massa e l’iniziativa attivistica dei suoi militanti, il nesso tra la “linea” e i principi del suo funzionamento interno. Studiarlo, insomma come un partito e non come un movimento di opinione occasionale. Un intento difficile da conseguire se non attingendo ad un livello di analiticità tale da permettere una ricognizione esaustiva su tutto “il corpo” del partito, fino ai “destini individuali” dei suoi quadri”.

Per  realizzare i suoi intenti De Luna ha così dovuto affrontare il problema  del reperimento e dell’uso di fonti a loro modo diverse da quelle utilizzate fino ad allora.  D’altra parte il ricorso a fonti orali rischiava di essere insufficiente ed i suoi esiti ambigui, sia per la quasi impossibilità materiale di raggiumgere i “militanti di base” del Pda, sia per le rimozioni e la  carica recriminatoria delle loro reminiscenze. Inoltre un uso preponderante di questo tipo di fonti avrebbe finito per coinvolgere gli stessi soggetti protagonisti della fase memorialistica della storiografia del PdA, cioè i membri del suo gruppo dirigente.

“Bisognava quindi per forza arrivare agli archivi del PdA, ricostruendo a ritroso quel percorso che li aveva portati ad essere dei tipici archivi “diffusi”. Un’operazione che senza gli interventi degli  Istituti per la storia della Resistenza avrebbe avuto ben poche probalità di successo.

Ecco allora De Luna attingere, oltre che e in prevalenza, ad “archivi privati”, conservati in fondi all’Istituto nazionale e presso Istituti regionali (campano e piemontese in particolare), accedere anche agli“archivi ufficiali” ereditati da vari Istituti direttamente dalle federazioni locali del PdA, grazie all’iniziativa di singoli militanti, ricorrendo a documentazione in parte nota ed in parte inedita, di importanza non solo locale.

“ … attraverso la collazione dei loro repertori è stato possibile ricostruire intere serie di documenti … , inerenti ai diversi livelli gerarchici  dell’organizzazione del partito, così che in alcuni casi si è arrivati a disporre di una cronaca quasi quotidiana della loro attività, delle loro relazioni reciproche e con gli organismi dirigenti”.

Inoltre, eccolo utilizzare documentazioni più specifiche (interviste, consultazioni di “carte” e “archivi minori”, tesi di laurea) che gli hanno permesso di risolvere alcuni problemi particolari della storia del PdA: la fase costituente del partito, l’individuazione della particolare estrazione sociale dei quadri meridionali del partito, la presenza di importanti realtà periferiche del PdA.

E su tutto questo articolato armamentario archivistico e documentale i colloqui con i protagonisti: Norberto Bobbio, Galante Garrone, Ugo La Malfa, Riccardo Lombardi, Leo Valiani … .

Il libro riflette nel proprio impianto tutto ciò: il vasto apparato di note ed il nutrito indice finale dei nomi evidenziano da una parte lo sforzo dello studioso per costruirsi gli strumenti di produzione delle informazioni e, dall’altra quello di coinvolgere nella costruzione della storia del partito il maggior numero posssibile dei suoi protagonisti. La prima parte (Dalle origini alla svolta di Salerno) e gli ultimi due capitoli della seconda hanno  la funzione di descrivere le fasi attraverso cui si sviluppò la vicenda azionista, mentre i primi tre capitoli della seconda parte (Da intellettuali a organizzatori politici: la rivoluzione democratica e la “scommessa sui ceti medi”) danno conto dei variegati retroterra culturali degli azionisti, confrontando le loro opzioni e progettualità teoriche con l’azione organizzativa concreta.  Il volume offre in questo modo una compiuta interpretazione storiografica di quella lontana esperienza politica,  evidenziando i suoi elementi costitutivi.

“ … l’elitarismo diventa semplicemente uno dei tratti distintivi … . … il rifiuto della forma- partito soprattutto nella sua configurazione “di massa”, l’attenzione prevalente ai problemi del governo e della struttura dello Stato; una teoria della classe dirigente più che della rivoluzione sociale, l’intransigenza come metodo di lotta politica, l’accentuazione dei tratti negativi dei caratteri originari della nostra identità nazionale; il rifiuto della politica come “mestiere”  … .”

“… l’essere stato un partito ad un tempo “testimone e sintomo” della crisi italiana 1943-1945, e come tale destinato a non sopravvivere a quelle condizioni eccezionali che ne avevano determinato l’esistenza, sottolinea il primo e il più rilevante di questi tratti unitari; tutti gli altri si ritrovano dentro i lineamenti dell’azionismo scolpiti dall’”elitarismo”.  

Nel concludere l’Introduzione alla seconda edizione, De Luna rimarca un ulteriore motivo dell’accanimento e del furore polemico nei confronti degli azionisti, un motivo che supera la dimensione politica della loro intransigenza, bersaglio preferito delle critiche, anche di quelle sviluppate in campo democratico.

“Dall’intransigenza scaturisce un’immagine inquietante e anomala di intellettuale armato, sradicato dall’accademia e dal mercato e definito esclusivamente dalla priorità del conflitto come risorsa strategica. L’azionismo è da tempo un falso bersaglio. La sua parabola politica si era conclusa prima ancora della sua estinzione come partito … . Ma gli azionisti sono rimasti, sono sopravvissuti come individui singoli e come memoria storica collettiva alla scomparsa del PdA, rappresentando con la loro ingombrante presenza una spina nel fianco pungente e fastidiosa per una comunità intellettuale sempre pronta a governare con il principe o a farsi principe essa stessa”.

“ … espungere l’azionismo dalla lotta partigiana è indispensabile per valorizzare la “zona grigia”e modellare su di essa una interpretazione “autentica” della Resistenza in grado di assecondarne una lettura unitaria, una vulgata unanimistica in cui si possano riconoscere vincitori e vinti; azzerare il ruolo degli azionisti nella cultura italiana  equivale a spezzarne la funzione critica, a rimuoverne gli aspetti più insistentemente conflittuali e antagonistici, assecondando le pulsioni profonde di un paese ansioso di trovare una sua normalità fuori dai percorsi dell’impegno civile e del protagonismo politico”.

L’esperienza storica del PdA, conclusasi il 20 ottobre 1947 con la confluenza nel Psi, non esauriva dunque il “fenomeno azionista” che attraverso la presenza degli “azionisti” che  ha alimentato e alimenta in permanenza la vicenda politica dell’Italia repubblicana, grazie anche agli apporti della storiografia che continua a riesplorare e valorizzare la storia di quelle figure per molti versi esemplari, con  ricerche e pubblicazioni, come i volumi apparsi nella collana Dall’azionismo agli azionisti  diretta dallo stesso De Luna per la Nuova Italia, o come ne’ ”Dopo il tempo del furore”, pubblicato da Einaudi nell’estate scorsa, in cui lo storico Aldo Agosti presenta una sorta di diario postumo del padre Giorgio Agosti (1910-1982) intellettuale torinese, fondatore del PdA.

 

 

 

 

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