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Storia di bambini in guerra

M. BACCHI, CERCANDO LUISA. STORIE DI BAMBINI IN GUERRA 1938 – 45, SANSONI, MILANO, 2000

RECENSIONE DI M.TERESA RABITTI Storie di bambini in guerra

Un percorso tra memoria e storia, un ambito di ricerca preciso e ben delineato nelle premesse e nei riferimenti storiografici, per ricostruire il clima politico, gli umori e la routine della vita quotidiana di una piccola città di provincia, Mantova, città natale dell’autrice, negli anni dal ‘38 al ’45 "a partire dai ricordi che di quegli anni si portano alcune donne e alcuni uomini che li vissero tra infanzia e adolescenza"

Cercando Luisa. Storie di bambini in guerra 1938.1945 edito da Sansoni, Milano, ottobre 2000, è un libro appassionato e appassionante che Maria Bacchi (straordinaria maestra elementare attiva nella Società Italiana delle Storiche come una delle responsabili della Sezione Didattica, dirigente nazionale del Landis) costruisce sul lavoro di anni, attraverso interviste, che partono dal 1991, a 20 concittadini, ebrei e non, per riuscire a cogliere il volto della città in guerra attraverso gli occhi e le emozioni dei bambini di allora. La ricostruzione del contesto cittadino, fa da sfondo alla storia di vita di Luisa Levi, una ragazzina ebrea di 14 anni deportata con la famiglia -una sorella più grande, madre e padre - ad Auschwitz. nell’aprile 1944 e morta verosimilmente a Ravensbruck poco prima dell’arrivo delle truppe di liberazione.

La storia di Luisa si delinea nel testo in modo discreto all’inizio, ma è la "trama di senso" che unifica tutte le storie, é il fulcro attorno al quale si articola la ricerca che utilizza sia le fonti orali -testimonianze di chi l’ha conosciuta e frequentata a Mantova e di chi l’ha incontrata nella deportazione e ha condiviso con lei la terribile esperienza del lager fino quasi alla fine- sia documenti d’archivio, giornali d’epoca, liste dei deportati, convoglio per convoglio, registri dei lager, libri della memoria, come quelli curati da Liliana Picciotto Fargion o Clara Castagnoli sulle vittime della seconda guerra mondiale.

La storia di Luisa Levi non vuole avere il valore di un simbolo, insiste l’autrice, ma essere la ricostruzione della vita di una ragazzina ebrea come altre, pur nella tragica esemplarità della sua vicenda, "soggetto reale e complesso che, attraverso la sua storia, insinua nostalgia e commozione in chi la conobbe, ma anche interrogativi e travagli in chi non vide, pur avendoli sotto agli occhi, i passaggi attraverso cui si costruì l’esclusione, la persecuzione e in molti casi lo sterminio degli ebrei mantovani"

Maria Bacchi affronta il nodo del rapporto tra storia e memoria, consapevole con Luisa Passerini che la memoria e la storia non sono l’una "critica e scientifica" e l’altra "spontanea e irriflessa […]. Sono entrambe divise in campi e in entrambi i campi si deve prendere partito per costruire posizioni riflessive e critiche; in molti casi la storia non è scientifica e la memoria non è spontanea, ma rimuginata, sofferta, paziente."

Il racconto a più voci nasce da "un fermento di residui: quelli dell’infanzia delle protagoniste e dei protagonisti", quelli della memoria dell’autrice, bambina nel dopoguerra e insieme quelli del mestiere di "esperta d’infanzia" che ha a lungo esercitato.

La memoria degli adulti di oggi, sicuramente filtrata da una naturale idealizzazione della propria adolescenza, e privata dal tempo della spontaneità e ricchezza dei particolari, a volte "sorprendentemente sistematica", altre "frantumata, labile o riottosa", costringe l’autrice a scavare, a interpretare, (forse qualche volta forzando?), il non detto per delineare fatti e cogliere emozioni che i racconti di tempi lontani sottendono ma non esplicitano.

In questo lavoro abile di lettura e di intreccio delle fonti, Maria Bacchi fa riaffiorare la città condizionata nei comportamenti adulti dalla propaganda fascista del giornale locale, "La Voce", che tutto commenta e controlla; ma nello stesso tempo animata da bande di ragazzini che consapevoli solo in parte della tragicità della situazione, scorrazzano nei quartieri, soprattutto del centro, e nel ghetto, si ritrovano nei luoghi stabiliti, giocano, e si avventurano all’insaputa dei genitori dove è pericoloso andare.

Nei racconti di questi ragazzini, oggi ormai anziani, la città in guerra dell’immaginazione dell’autrice, costruita sui racconti familiari, si è "sdoppiata, si è triplicata, si è sfalsata in immagini che ora si sovrappongono senza mai coincidere esattamente: essere bambine o bambini, bambini o preadolescenti, ricchi e quasi poveri, affamati o sazi, bravi a scuola o emarginati, fisicamente prestanti o gracili, mette sulla strada di rappresentazioni della realtà molto diverse"

Ma non è della ricerca della verità "pura" (invece sempre "intorbidata") che si preoccupa l’autrice, quanto dell’analisi di comportamenti diversi e della riflessione sulla responsabilità storica: nella ricerca del difficile "confine tra l’innocenza e la colpa", a cui non è estranea la storia parentale, motivazione profonda e diventata dolorosamente consapevole, da cui, forse, il libro nasce.

Cosa si sapeva, cosa si capiva, come si vivevano la guerra, i bombardamenti, la corsa nei rifugi, le file dei prigionieri di guerra che attraversavano la città verso la stazione o il campo di raccolta, la separazione dei bambini ebrei in classi segregate, la sparizione di ebrei amici o vicini di casa che non lasciavano traccia? Come si affrontava la dittatura, la propaganda di regime, la discriminazione razziale? Sono le "questioni ordinarie" che all’autrice interessano, "l’impasto di normalità e di straordinarietà", la gradualità quotidiana con cui si diventa conniventi. Perché questo è problema anche di oggi.

Quindi motivazione altrettanto profonda è, più in generale, la volontà di una presa di coscienza, di una elaborazione del passato che ancora fatichiamo ad affrontare, ma ora più che mai ineludibile.

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