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Enzo Traverso, A ferro e fuoco

Enzo Traverso, A ferro e fuoco. La guerra civile europea 1914-1945, Il Mulino, Bologna 2007, p. 273

 

Recensione a cura di Enrica Dondero

 

Il 1914 segna uno spartiacque nella storia dell'Europa e del mondo; a partire da quella data, il continente  ha conosciuto uno straordinario intreccio di conflitti e una mobilitazione totale, una nuova Guerra dei Trent'anni che ha lasciato dietro di sé decine di milioni di vittime fra civili e militari.

Traverso, assumendo le interpretazioni di diverse voci della cultura novecentesca - da Franz Marc a Ernst Nolte a Hannah Arendt a Eric J. Hobsbawm - cattura il significato globale di un'epoca presentandola come "guerra civile europea" e cerca di ridefinirne uno statuto che, malgrado i consensi, rimaneva vago e indefinito.

Quali i caratteri che assimilano questo tormentato periodo a una guerra civile? La sua forma politica complessa si frammenta in una serie di guerre interstatuali, mutamenti di frontiera e cambiamenti nei confini degli stati, scontri fra liberalismo e comunismo, fra democrazia e fascismo, fra fascismo e alleanza di democrazie liberali. A fronte della natura di tali eventi, il concetto di guerra civile europea - ammette Traverso - potrebbe sembrare inappropriato, dal momento che la crisi si presenta fin dall'inizio nella sua dimensione internazionale.  Tuttavia, il primo evento di portata mondiale, la Grande guerra, nasce come un conflitto fra stati ma si conclude con il crollo degli imperi continentali in un contesto di guerra civile che vede le società europee profondamente divise al proprio interno.

Il periodo che va dal 1918 al 1923 non rispecchia più un conflitto fra nazioni, ma oppone dialettiche nelle quali i nazionalismi sono assorbiti, che porteranno a trasformazioni dei movimenti politici, affascinati dalla seduzione totalitaria. La rivoluzione russa e i franchisti in Spagna individuano all'interno del proprio stato i nemici da combattere: le guardie bianche e la "quinta colonna". Un caso emblematico è rappresentato dall'Italia, in cui la Resistenza - come argomenta Claudio Pavone, richiamato nel testo - si costruisce su tre assi paralleli che intrecciano guerra e guerra civile: movimento di liberazione nazionale contro i Tedeschi, lotta interna per la democrazia, guerra di classe contro le élite tradizionali storicamente identificate con il fascismo.

Traverso individua numerose caratteristiche che identificano il trentennio nel segno della distinzione dai conflitti precedenti e che possono ascriverlo a conflitto fra due parti di una stessa società divisa: l'investimento emotivo dei suoi attori verso valori di riferimento della propria parte come tratto paradigmatico; l'annientamento del nemico vs la pace giusta; la militarizzazione della vita politica che costruisce la figura centrale e idealtipica del partigiano; forme di violenza  cariche di una forte dimensione simbolica che danno vita alla "produzione sociale dell'indifferenza" (Z. Bauman), la cui massima espressione si ritrova nell'Olocausto.

Una seconda accezione, di apertura semantica più ampia, vede nella guerra civile una guerra contro i civili che si profila  sulla base di una sola regola ammessa: il terrore, l'odio e la violenza senza limiti nel tentativo di annientare il nemico. Questo aspetto caratterizza la Seconda guerra mondiale, dove l'elemento ideologico (lotta contro il bolscevismo), coloniale (la conquista dello "spazio vitale") e razziale (la sottomissione degli Slavi, lo sterminio degli Ebrei e degli zingari) si dispiegano completamente. Ma è dal 1914 che l'Europa ha varcato una nuova soglia che fa percepire la guerra totale come guerra civile: "Non perché fosse lo scontro fra forze appartenenti a una stessa comunità politica, a uno stesso stato, ma perché investiva in profondità le società civili di tutti i paesi coinvolti nel conflitto".

Guerra civile, quindi? Combattuta per far prevalere idee, culture e speranze che valeva la pena di difendere, anche a costo dell'universo di atrocità e sofferenze immani? In realtà, a decidere l'esito finale non fu la superiorità di una visione del mondo su un'altra, ma la potenza militare e industriale degli Stati vincitori. Ed è in questa prospettiva che si colloca la conclusione del libro: "Dinanzi allo spettacolo di una civiltà che aveva trasformato la tecnica moderna in una gigantesca forza distruttrice, il solo sentimento possibile era la vergogna, una ‘vergogna prometeica' (...) commisurata al disastro subito".

 

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