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Marco Armiero, Le montagne della patria. Natura e nazione nella storia d'Italia. Secoli XIX e XX,

Marco Armiero, Le montagne della patria. Natura e nazione nella storia d’Italia. Secoli XIX e XX, Einaudi, Torino, 2013, pp.255

 

 Recensione a cura di Germana Brioni

 

  Marco Armiero, storico dell'ambiente, primo ricercatore presso l'Istituto di Studio sulle Società del Mediterraneo del CNR, in Le montagne della patria offre un'interpretazione del rapporto tra storia e natura da un punto di vista del tutto originale; egli intende parlare della storia ambientale dell'Italia dall'Unità a oggi focalizzando l'interesse sul suo accidentato territorio, fatto in gran parte di montagne e colline, e intrecciandolo ai fatti storico politico sociali, per dare risposta alla sua domanda: quale sia stato il ruolo delle montagne nella storia della nazione. Le montagne hanno sempre occupato un posto marginale nella considerazione degli studiosi, per lo meno in Italia: Armiero è al contrario convinto che la costruzione del paesaggio nazionale sia stato, nei decenni, indispensabile per la costruzione della nazione italiana. Il libro, nell'espressione dell'autore stesso, è un'indagine sulla loro costituzione reciproca. Nel procedere dell'argomentazione, si coglie la continua interazione  e ibridazione tra i due piani della cultura e della natura: per questo il libro è ricco di narrazioni, di pagine in cui lo storico si propone un'esplorazione delle narrative che hanno inglobato le montagne nei discorsi nazionali sull'Italia, mostrando come la natura ha incarnato le retoriche della nazione e viceversa. 

Nei quattro densi capitoli e nell'epilogo lo storico dapprima esamina le rappresentazioni, diverse nel tempo, delle montagne selvagge. Il racconto della natura montana selvaggia, con i suoi fiumi, laghi, boschi, si rimodula in funzione dell'osservatore:  differente è la percezione che ne ha l'alpinista per passione dall'alpinista-scienziato che in montagna va per conoscere i caratteri geomorfologici e geologici, dallo scienziato che ne scorge gli aspetti degradati; dal politico, come Quintino Sella fondatore del CAI, che ne propugna, attraverso disposizioni legislative sulla riforestazione, il recupero degli ambienti messi a rischio da una gestione scriteriata. Il compito degli esperti, che avvertivano nell'ultimo quarto del XIX secolo il dissesto idrogeologico incombente, è di richiamare l'interesse del pubblico sul problema del patrimonio forestale, come patrimonio comune, quindi, della nazione intera, e perciò della necessità di introdurre politiche forestali.

Il concetto di montagna come patria comprende, accanto al paesaggio, la considerazione degli esseri umani, quei montanari che, da un lato, grazie a una vita sana condotta in una natura difficile, costituiscono un esempio di forza e tenacia, tanto che sulla esaltazione delle virtù montanare viene costituito il corpo degli Alpini, da sempre considerati esempi di lealtà e eroismo; dall'altro i montanari, non adeguati alla modernità propria della vita urbana, vengono poco a poco costretti in nicchie ambientali e produttive sempre più ristrette e marginali, vittime di una legislazione miope ripetuta nei decenni fino alla seconda guerra mondiale. Le élites nazionaliste di inizio secolo comunque, intendono nazionalizzare la popolazione e il paesaggio, rimodellato a colpi di bombe ma anche di parole,  arricchendo di significati patriottici i luoghi che i visitatori vanno scoprendo. Ne consegue l'ampia retorica delle trincee alpine della Grande Guerra, col loro apporto di eroismi e di monumentalizzazione.

Le montagne del Meridione d'Italia si presentano e rimangono per decenni particolarmente selvagge: paesaggi selvaggi plasmano comportamenti e passioni riflettendosi in popolazioni altrettanto selvagge. La narrazione di un paesaggio e di una popolazione che vanno addomesticati per entrare a far parte appieno della patria, dà una spiegazione della lunga lotta militare al brigantaggio, poiché i briganti, assieme a bracconieri, contrabbandieri, boscaioli, sono considerati un'espressione inferiore della razza italiana, su basi naturali, essendo essi il prodotto di una natura ribelle, che va appunto addomesticata.

Un modo per domare idealmente il carattere selvatico di quel paesaggio diventa mettere al lavoro l'acqua delle montagne: la rivoluzione idroelettrica, soprattutto negli Appennini meridionali, comporta un rimodellamento profondo della natura, alla base di un diverso rapporto tra montagna, pianura e città, secondo i progetti tecnologici- scientifici scelti e imposti da un potere centrale, nel segno di una crescita economica continua. In nome degli interessi nazionali e della modernizzazione, ingegneri e politici ridisegnano il paesaggio, distruggendo i pascoli e i terreni comuni risalenti a pratiche socioeconomiche medievali che per secoli avevano soddisfatto le esigenze dei montanari, e le sostituiscono con bacini idrici e proprietà privata.

Attraverso retoriche e politiche concrete, come le numerose leggi sulle bonifiche del territorio e sul ripristino di boschi e foreste, sulle limitazioni a un certo tipo di attività montane (sono ad esempio condannate alla decimazione le capre!), su restrizioni negli usi civici e nella mobilità delle persone, sulla militarizzazione del Corpo forestale, il regime fascista si appropria delle montagne con modalità repressive, dunque, e ne potenzia lo sfruttamento: lo storico racconta come le montagne nere si innescano nella retorica del discorso fascista più ampio sulla vita rurale e la natura, dove al reimpianto di alberi, si accompagna lo sfruttamento delle risorse in mano alle grandi società idroelettriche.

Infine nell‘epilogo lo storico sceglie di raccontare due storie che suscitano e chiamano in causa luoghi e ricordi, entrambe incarnano valori e discorsi  che hanno avuto una funzione decisiva nella storia della nazione e delle sue proiezioni sul paesaggio.  La Resistenza partigiana: le montagne nelle cui vallate si sperimentarono nuove forme di governo, con le repubbliche partigiane, sono protagoniste della geografia politica e culturale della liberazione, contribuendo a creare una nuova percezione della natura e la costruzione della memoria e dell'identità per le generazioni postbelliche.

La vicenda del Vajont, infine, argomento poco trattato dagli storici e alla radice della quale stanno le ragioni del profitto e del denaro, disinteressate alle esigenze della sicurezza, ha tutti gli ingredienti di base di un racconto archetipico dell'ingiustizia ambientale. Armiero ricostruisce il tragico avvenimento, avvalendosi della documentazione dell'epoca, iconografica e testuale, a cominciare dalle inchieste condotte su base giornalistica (risalta la figura di Tina Merlin), sulla base di fonti tecnico scientifiche e processuali. Il Vajont è la narrazione della tragedia insita nel processo di modernizzazione della montagna.

 

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