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Quaderni di Clio '92 n. 14

Insegnare e apprendere il passato a scuola tra finzione e storia 

A cura di Cristina Cocilovo   

Testi di
Gabriella Bosmin, Silvana Citterio, Cristina Cocilovo, Luciana Coltri, Paolo Ermano, Maurizio Gusso, Ivo Mattozzi, Ernesto Perillo, Mario Pilosu, Saura Rabuiti 

 

Per la terza annualità Clio '92 riflette sulla comprensione e scrittura dei testi, mettendo a fuoco questa volta  il rapporto fra rappresentazioni finzionali e rappresentazioni storiche del passato: una ricerca appassionante, sempre impegnata nel rispondere alle domande degli insegnanti su quali sono le pratiche didattiche più efficaci. 

Perché questa scelta?  La  narrazione di finzione, nelle sue diverse  e molteplici tipologie, come rappresentazione storica ha forte presa sugli studenti, ma anche in generale sul modo in cui apprendiamo  la storia: basti pensare al successo di film o  di fiction televisive  a sfondo storico, che stanno a dimostrare il forte bisogno di storia presente oggi, non sempre soddisfatto dalla manualistica tradizionale.

Abbiamo considerato due dimensioni di ricerca: una strutturale, per indagare analogie e differenze fra le forme di comunicazione che utilizzano la "narrazione", per capire cosa accomuna l'immaginazione del letterato e l'immaginazione dello storico. L'altra  è connessa all'uso didattico  della letteratura, o più in generale dei testi di finzione, come fonte  primaria e secondaria per costruire conoscenze storiche. Chiunque scriva un testo inevitabilmente esprime la propria soggettività: questo accade per chi compone una poesia o un romanzo, ma anche per chi affronta la stesura di un testo fondato sull'analisi rigorosa di fonti documentarie, come quello storiografico. E ciò è altrettanto vero per opere complesse come i testi iconici e filmici: dalla fotografia al quadro di Picasso, dal documentario al film di fiction, la soggettività filtra in modo più o meno dichiarato nello schema narrativo.

Ecco  allora le domande che ci siamo posti: come inventano le storie gli scrittori? E gli storici? Come si insegna a comprendere meglio la parte "immaginata" nella rappresentazione storica? Come lavora il docente per sollecitare la produzione  di testi di finzione e di storia? E' possibile utilizzare dunque la letteratura, il cinema o altri linguaggi artistici, come fonti per far  conoscere la storia?

Nel corso della ricerca, abbiamo trovato significativi spunti nelle opere di studiosi con cui siamo venuti in contatto (Isabella Zanni Rosiello, Pierre Nora e gli storici del dossier della rivista Le Débat), mentre illuminanti sono le indicazioni didattiche dell'articolo di Silvana Citterio e la voce degli studenti di Paola Lotti  e Catia Sanpaolesi, raccolte e rielaborate da Ernesto Perillo. Infine Maurizio Gusso, con un esempio a cavallo fra  didattica e interpretazione storico-letteraria,  ci mostra i rapporti  fra  rappresentazioni storiche e finzionali rispetto all'eccidio di Bronte.

Dal punto di vista didattico, si tratta di costruire la competenza di una migliore padronanza dei linguaggi  storiografico e finzionale, accompagnata dalla consapevolezza delle caratteristiche strutturali dei due generi. Il testo di finzione infatti può dare voce a quei personaggi anonimi che apparentemente non hanno fatto la storia, e far comprendere l'ambiente in cui vivevano. In questo senso può diventare fonte storica, soprattutto nel caso in cui l'autore rispetti la verosimiglianza, grazie alla possibilità di evocare i "silenzi della storia", secondo l'aforisma di Umberto Eco: "Di ciò di cui non si può teorizzare, conviene narrare"[1], ironicamente parafrasato da quello di Wittgenstein  "Di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere".

E sul piano della produzione, abbiamo mostrato, attraverso significative esperienze didattiche (Gabriella Bosmin, Luciana Coltri, Paolo Ermano), come attività di tal genere non sostituiscano lo studio del manuale, ma possano essere integrate al curricolo in modo molto proficuo. Infatti danno  concretezza alla narrazione storica, creano vicinanza con il vissuto storico e possono diventare modelli di scrittura riguardo all'intreccio tra immaginazione e documentazione.

A conclusione, va sottolineato che le nostre riflessioni su storia e finzione si intrecciano anche quest'anno, come ci illustra Ivo Mattozzi, in una catena virtuosa di iniziative: dalla pubblicazione de "Il Bollettino di Clio", a questo numero  de "I Quaderni di Clio ‘92", per proseguire in un convegno in occasione dell'Assemblea annuale dell'associazione e confluire  nel corso della Scuola Estiva ad Arcevia, presso Ancona.



[1] L'aforisma compare nel risvolto di copertina de Il nome della rosa di Umberto Eco Bompiani 1980 e si ispira a  Ludwig Wittgenstein, Tractatus Logico-Philosophicus,  Fratelli Bocca editori, Roma-Milano, 1954 (cfr. http://www.filosofico.net/eco.htm)

 


   

 

 

 

 

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