Logo Clio92 - Associazione di insegnanti e ricercatori sulla didattica della storia
MAPPA DEL SITO | ENGLISH VERSION
ASSOCIAZIONE | LE TESI | PUBBLICAZIONI | STRUMENTI | STORIA DIGITALE | News | AREA SOCI | FORUM |

Elenco Pagine

Ricerca sul Sito

Ricerca


Ricerca Avanzata »

Area Soci

Area Clienti




Sei in: Home ´┐Ż News ╗ Convegni Incontri e Conferenze ╗ 2011 Aprile - La Storia in piazza e l'invenzione della guerra a Genova. Diario delle giornate.(17.04.2011)

2011 Aprile - La Storia in piazza e l'invenzione della guerra a Genova. Diario delle giornate.(17.04.2011)

LA STORIA IN PIAZZA

Dal 14 al 17 di aprile nelle sale di Palazzo Ducale di Genova

L'INVENZIONE DELLA GUERRA

 

 

Diario della giornata

17/4/2011

 Quarta e conclusiva giornata de ‘La Storia inPiazza. L’invenzione della Guerra’. I partecipanti totali sono staticirca 26000, secondo i dati forniti dall'ufficio stampa della Fondazione per laCultura. L’edizione precedente aveva chiuso con 16.000 presenze.

·        Il primo incontro della giornata all’Archivio Storico, Verdun e Caporettoha visto l’intervento di Antonio Gibelli (Storico e docente di Storia contemporanea all’Università di Genova, è uno dei maggiori studiosi delle pratiche sociali di scrittura tra Otto e Novecento.) e di Paul Jankowski(Storico e docente di Storia alla Brandeis University del Massachusetts. I suoi studi rimandano alla storia moderna dell’Europa, in particolare della Francia,e alle guerre nella storia europea.) Nella storia, alcune battaglie, aldilà dei loro effetti reali, diventano simbolo di un conflitto più grande. Per Gibelli Caporetto (24/10/17-9/11/17) è l’esempio della costruzione di un mito e di una memoria; le modalità di costruzione del mito dipendono dalle modalità di costruzione dell’evento; uno dei paradossi è che Caporetto non esiste più, con questo nome, sulla carta geografica, ed è diventato, per antonomasia, sinonimo di disfatta. L’episodio bellico resta ancora sostanzialmente oscuro;inizialmente sono additati come capro espiatorio i fanti/contadini (il mito dello sciopero militare), i disfattisti, il nemico interno; così nasce il mito  Caporetto. Verdun (ebbe inizio il 21 febbraio 1916 e terminò nel dicembre dello stesso anno) è oggi l’emblema della futilità della guerra industriale, paragonabile a Stalingrado per i Tedeschi. Le armi moderne sono paralizzate sul campo di battaglia; l’effetto delle distruzione fu anche una vera e propria catastrofe ecologica dice Jankowski. Il peso simbolico della battaglia è esemplificato dal suo essere simbolo dell’unità nazionale per la Francia, mentre la leggenda germanica è l’opposto – i soldati tedeschi sarebbero stati traditi dai loro comandi, tesi ampiamente sfruttata dai nazisti. Per la Francia si tratta del mito dei soldati che difendono la loro terra dall’invasore. Per i Tedeschi, i soldati avrebbero potuto vincere, se non fosse stato per i loro comandanti. Là una leggenda difensiva, qui una leggenda offensiva. In Francia Verdun è celebrata come una vittoria, per la Germania una battaglia fallita, ma che esaltò il coraggio dei soldati tedeschi; i Tedeschi ebbero però più perdite sulla Somme che a Verdun. Nella 2° Guerra Mondiale la sconfitta della Francia viene considerata come una vendetta per Verdun, un sacrificio riscattato.  Ascolta l'Intervento

·        Quasi contemporaneamente, ed è un peccato non aver potuto seguire direttamente le due relazioni, nella Sala Liguria Spazio Aperto La metamorfosi del miliziano internazionale di  David Bidussa (si occupa di Storia contemporanea e di Storia sociale delle idee. Lavora presso la Biblioteca della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano.) Dai volontari per la libertà alla guerra globale. Il volontario è una figura che irrompe nella scena della guerra in un’epoca recente. E’ la guerra rivoluzionaria di fine Settecento a segnare l’inizio di un fenomeno che percorre l’Europa nel corso dell’’Ottocento; che trova nel mito della libertà della Grecia e nella figura di Byron la sua icona. Un fascino, che con alterne vicende attraversa la storia delle guerre per l’indipendenza e l’unità e si consuma nella Guerra civile di Spagna, forse l’ultima esperienza in cui uomini e donne liberi andavano a combattere, armi alla mano, per la libertà di qualcun altro, convinti che la libertà non solo sia un bene universale, ma non si possa essere in libertà se tutti non sono liberi. In quella guerra si consuma la crisi di questa figura dilaniata tra la fedeltà al proprio ideale e la realtà del conflitto bipolare che in quella guerra emerge. Da allora combattere per la libertà degli altri non ha significato prevalentemente prendere le armi in mano o aderire alle guerre degli altri, ma percorrere due strade diverse e contigue che stavano nel profilo del miliziano della e per la libertà di inizio Ottocento: da una parte la figura del volontario umanitario;dall’altra quella del soldato politico che combatte per un suo progetto e che si sostituisce al soggetto che intende rappresentare, che non ha fedeltà se non a se stesso e non risponde a un governo o a un esercito. E’ il profilo del miliziano di Al Qaeda, ultimo prodotto, in termini di tempo, di un miliziano nato come combattente per l’affermazione dell’ideale della libertà e ora così affascinato della sua missione, da avere solo il culto di sé.

·        Al Salone del Maggior Consiglio A spese dei civili. La guerra prima della guerra totale Lauro Martines (professore emerito della University of California, Los Angeles, è uno dei più importanti storici dell’umanesimo italiano e autore di numerosi studi sull'Italia del Quattrocento) noto storico del Rinascimento, dimostra come i civili furono le grandi vittime dei conflitti ben prima dell’epoca contemporanea. La cronaca bellica dell’Europa tra la fine del XVI e l’inizio del XVIII secolo è piena di uccisioni di civili. Martines riporta vari esempi, da diari e cronache del tempo, relativi soprattutto alle Guerre di religione in Francia e alla Guerra dei Trent’anni. Gli effetti sono dovuti sia ad imposizioni (le tasse sulla guerra), sia soprattutto a carestie ed epidemie. Le radici della violenza risiedono anche nelle condizioni di vita dei soldati, malpagati, spesso costretti a vivere di ciò che offre il territorio; numerosigli esempi di prolungati assedi con assediati e assedianti ridotti alla fame e, talvolta al cannibalismo; il modo migliore, di fronte ad una città fortificata e difesa da artiglierie, era quello di assediarla e tagliare le vie di rifornimento di cibo. La guerra in Europa, nell’età moderna, è stata spesso, in pratica, una guerra contro i civili, anche alleati; e nel XVII secolo la situazione peggiora.  Ascolta l'Intervento

·        Salone del Maggior Consiglio I disastri della guerra Tzvetan Todorov (filosofo, ha studiato a Parigi Filosofia del linguaggio con Roland Barthes. Ha insegnato nel 1967-68 alla Yale University, e dopo aver collaborato con diverse università attualmente è direttore del “Centre de recherche sur les arts et le language” di Parigi. Le sue ricerche di tipo filosofico-antropologico analizzano il ruolo del singolo e la sua responsabilità nella storia, l’importanza della memoria nel quotidiano, le conseguenze dei totalitarismi.). Partendo dalla famosa serie di incisioni di Goya, Los Desastres de la Guerra (1810-20), considera la posizione delle guerre nel nostro immaginario collettivo. Goya esprime con le immagini il suo pensiero; si è sempre interessato alle forme di violenza proprie della natura umana. La guerra entra nel suo campo d’interesse al momento dell’ingresso delle truppe napoleoniche e poi della nomina a Re di Spagna di Giuseppe Bonaparte. Nasce la guerrilla, i Francesi iniziano la prima vera guerra “asimmetrica” della storia; il conflitto militare esalta anche  quello ideologico preesistente nella società spagnola. Alla guerra totale francese risponde una violenza sempre maggiore degli Spagnoli; Goya è diviso tra popolo e Illuminismo, e si rende conto che le opinioni non garantiscono la virtù delle azioni. Le sue stampe mostrano la violenza della guerra e i suoi effetti. Goya non cede mai alla tentazione estetizzante nella rappresentazione della guerra:il sentimento dominante è l’orrore. Le sue stampe non sono certo l’espressione di un sentimento patriottico, la violenza è divisa equamente; vengono mostrate soprattutto le vittime, non i combattimenti, quindi cadaveri in abbondanza, scene di esecuzioni individuali o collettive, stupri. Goya ha inaugurato la rappresentazione di queste immagini di guerra. Dalle immagini emerge un’idea di guerra come mezzo che pesa più dei fini che vuole raggiungere, che diventano così assolutamente secondari; la violenza degli atti non ha rapporto con l’ideologia per cui si combatte: i peggiori misfatti sono compiuti per le idee più alte e la certezza di essere nel giusto fornisce le giustificazioni ai peggiori atti. La guerra è anche così spogliata da ogni seduzione e diventa uno spettacolo orribile.  Ascolta l'Intervento

·        Sala Liguria Spazio Aperto Missioni "combat" e missioni umanitarie Paolo Busoni, (dottore in Storia all’Università di Pisa con curriculum e tesi in Storia e tecnica militare, è iscritto alla Società Italiana di Storia Militare, alla American Society for Military History e partecipa al Centro Interdisciplinare di Scienze per la Pace. Membro dell’assemblea dei soci e del Consiglio direttivo della Ong Emergency - Life Support for Civilian War Victims di Milano) Matteo Dell'Aira (è medical coordinator dei progetti in Afganistan di Emergency. Collaboratore di Peace reportere della nuova rivista E-il mensile,). Fare ospedali e sanità per tutti è un modo per costruire la pace. L’esperienza di Emergency.

·        Nel pomeriggio, Sala del Minor Consiglio Un secolo dopo: dalla Libia alla Libia Angelo Del Boca  (E’ il più importante storico del colonialismo italiano, direttore della rivista di storia contemporanea I sentieri della ricerca.), Nicola Labanca. Il mutamento dello scenario planetario nel confronto tra due dimensioni dei conflitti contemporanei.

·        All’Archivio Storico Catastrofi nibelungiche. L'ideologia di guerra da Nietzsche a Hitler Maurizio Ferraris (Filosofo e docente di Filosofia teoretica all'Università di Torino. Sue aree di competenza l’estetica, l’ermeneutica, l’ontologia. Dirige la “Rivista di Estetica” ed è nel comitato direttivo di “Critique” e di “aut aut”.) C’è un filo conduttore che unisce la “volontà di potenza” con l’ideologia della guerra di Hitler, che non è il desiderio di dominio bensì quello dell’autoannientamento. Nietzsche,come Hitler, ha pensato che nello scontro estremo si riconosca il valore degli individui e delle collettività; una visione che Nietzsche ha teorizzato nella Volontà di Potenza e Hitler praticato nell’Operazione Barbarossa.

·        Nel Salone del Maggior Consiglio, La guerra nell’immaginario del nazismo intervento di Richard J. Evans (professore di Storia Moderna all’Università di Cambridge. E’ uno dei più autorevoli studiosi della storia politica e sociale della Germania.) La Prima Guerra Mondiale fornì ai nazisti le immagini attraverso cui costruirono la narrazione che li portò al potere. La ricostruzione di uno dei massimi storici del nazismo. La guerra ricordata non è mai come è realmente accaduta. Nel 1934 i nazisti ritrovano lo spirito dell’agosto 1914 come fondamento; il 3° Reich ha come scopo ricreare lo spirito del 1914 su base permanente. Nel MeinKampf il 1914 è l’inizio di una lotta di autoconservazione di una Germania considerata come circondata da nemici. La sconfitta è ritenuta effetto di una mancanza di volontà. Scuola, società ed economia vengono militarizzate, anche al fine di indottrinare e ricreare lo spirito cameratesco che i nazisti  ritenevano permeasse i 9 fronti del 1914. La morte non deve far paura; simbolo diventa la battaglia di Stalingrado, un sacrificio eroico con l’aureola del martirio – morire per far vivere la Germania. I civili sono coinvolti nella guerra e nella sua preparazione (p.e. con esercitazioni), ma allo scoppio della guerra e ancora nel 1943, i rifugi antiaerei sono pochissimi, dimostrando un’assoluta impreparazione ai bombardamenti aerei. Il regime nazista credeva che l’attacco fosse il miglior metodo per mobilitare la gente. La tecnologia fornì un supporto fondamentale, fornendo così un possibile riscatto da Versailles;per esempio i razzi V1 e V2 hanno nel nome (Vergeltungswaffe) il concetto di vendetta, rappresaglia; sono armi usate in modo strumentale (visti anche gli scarsi effetti tattici estrategici). La tecnologia aiuterà i nazisti anche nello sterminio degli Ebrei:la guerra non è semplicemente una guerra fra stati, ma anche una guerra di razza, una lotta per la sopravvivenza del più forte, secondo il darwinismo sociale fatto proprio dal nazismo. La guerra viene concepita per portare la Germania a diventare la nazione dominatrice del mondo. Alla fine della guerrasi fa strada nell’élite nazista l’idea che i Tedeschi meritano di morire perché non sono riusciti a raggiungere l’obiettivo. Evans aggiunge che questa visione nazista della guerra in effetti non è mai stata di fatto seguita da tutti iTedeschi; seguirono Hitler finché ciò non comportò spargimento di sangue (Anschluss,Cecoslovacchia), ma non ci fu alcun entusiasmo, paragonabile a quello del 1914, con l’inizio della guerra nel 1939. Solo nel 1940, dopo la sconfitta della Francia, l’entusiasmo si riaccese, anche perché si pensava che la pace fosse vicina.

·        Di nuovo alla Sala del Minor Consiglio E le donne?. Anna Bravo (è stata professore associato di Storia sociale all'Università di Torino e ha lasciato l’insegnamento anticipatamente. Si è occupata di resistenza armata e non armata, deportazione, genocidio, e dimovimenti sociali.  Attualmente sta lavorando sulla non violenza.) e Françoise Thébaud  (storica, docente di Storia contemporanea ll’Università di Avignone, è specializzata nell’analisi del rapporto tra guerra e vita quotidiana e del ruolo sociale delle donna in epoche diverse. Co-direttrice della rivista "Clio - Storia, donne e società".) parlano dei ruoli di genere e degli usi simbolici: la donna ai margini o al centro dei conflitti? Thébaud: un’idea comune è che le guerra hanno un effetto di emancipazione nei confronti delle donne; un’altra idea comune è che le donne siano pacifiche per natura. Analisi e confutazione di questi stereotipi. Il“pacifismo” delle donne durante la Grande Guerra; è una costruzione culturale quella che attribuisce soprattutto alle donne la dolcezza, la sofferenza per la separazione dai parenti, le espressioni di lutto e di collera. Bisogna distinguere tra l’atteggiamento delle donne e quello delle organizzazioni femminili, come anche tra l’atteggiamento nei confronti della guerra assunto nelle campagne (rassegnazione, ostilità) e nelle città (entusiasmo). A partire dalla dichiarazione di guerra le organizzazioni femministe rinnegano il loro internazionalismo, sospendono le rivendicazioni politiche (suffragio) per servire la patria, invitano le donne a sostenere la nazione. La mobilitazione delle nell’economia produttiva di guerra ebbe vari effetti sociali, con atteggiamenti diversi: a) donne come ‘secondo fronte’ b) un atteggiamentocritico, basato sulle competenze e sulla possibile confusione dei ruoli. Unodei risultati fu l’ottenimento del diritto di voto, ma in genere, soprattuttodopo la 1a G.M., le società tentano di ristabilire l’ordine socialee l’ordine dei sessi. Bravo: nelle guerre moderne è cambiata la concezione delnemico e dei limiti. Presenza di donne combattenti. Sono cambiati i modelli diconflittualità; vari tipi di guerra: p.e. Kosovo, una guerra aerea tecnologicacui partecipano le donne come piloti, una guerra terrestre in cui le donne sonopreda e vittime. Le donne quindi in guerra possono rivestire più ruoli diversi;questa complessità vale anche per le Guerre Mondiali. Il dubbio potereemancipativo delle guerre si po’ mostrare con l’esempio delle donne afro-americane: durante la 2a G.M. abbandonano il lavoro domestico al servizio dei bianchi e lavorano nelle industrie belliche, ma dopo la guerra tornano al lavoro domestico.

·               Ultima lectio magistralis al Salone del Maggior Consiglio, 1914/1945: l’autodistruzione dell’Europa di Enzo Traverso(docente presso la Facoltà di Scienze Politiche all’Università di Picardie-Jules Verne (Amiens), è autore di numerose opere tradotte in una dozzinadi lingue, dedicate ai totalitarismi, alle guerre del Novecento, alla questione ebraica e alla Shoah.) Una guerra civile europea? L’età del ferro e del fuoco.La Guerra Civile europea inizia nel 1914 e finisce con gli stermini della fine della 2a G.M. La moderna coscienza europea affonda le sue radici nell’”autodistruzione” europea della prima metà del XX secolo. Negli anni tra le due G. M. si fa strada la coscienza del carattere autodistruttivo delle crisi dell’Europa, che combatte contro se stessa. A partire dalla 1a G.M. nasce la nozione di guerra civile europea, con significati diversi; i conflitti racchiudono un’epoca di crisi profonda dell’Europa (sociale, politica, morale) tanto che gli anni 1914-1945 sono stati chiamati anche 2a Guerra deiTrent’anni); infatti nasce dal crollo dell’ordine europeo nato dalla Pace diWestfalia. Non una guerra ma un ciclo di conflitti, un’epoca segnata da guerre tra stati e guerre civili, genocidi; conflitti locali e globali si mescolano. E’ problematico l’uso dell’espressione ‘Guerra civile europea’, ma fa cogliere la dinamica del conflitto. La guerra civile è un conflitto anomico, senza leggi; questa mancanza è colmata dal forte coinvolgimento emotivo degli attori. Le atrocità sono una delle caratteristiche comuni; d’altro canto la Grande Guerra sfocia in guerre civili.

·        Per finire, nel Salone del Maggior Consiglio Concerto Jazz Combat. Canzoni del tempo di guerra: da Garcia Lorca a Bertolt Brecht, da Boris Vian a Pete Seeger. Il Novecento attraversato da conflitti devastanti ha dato vita a un repertorio immenso, che in poche note spiega coraggio, paura, inquietudini e entusiasmi di più generazioni. La musica racconta la storia. Il secolo scorso attraversato da conflitti devastanti ha dato vita a un repertorio immenso, che in poche note spiega coraggio, paura, inquietudini e entusiasmi di piùgenerazioni. Dalle canzoni che nacquero nel corso della guerra civile spagnola,prima risposta delle democrazie al fascismo che unì ragazzi di tutto il mondo,alle ballate scritte da Bob Dylan e Pete Seeger contro le guerre, Jazz Combat porta in scena tutta la spietata nostalgia, l’amara protesta, la speranza illusa ma non domata di quelle musiche non ancora lontane. 

VAI ALLE RIFLESSIONI CONCLUSIVE SULLA MANIFESTAZIONE 

Clio '92 - Associazione di insegnanti e ricercatori sulla didattica della storia - Redazione
Accesskey | Accessibilit´┐Ż | Copyright Clio92 - Tutti i diritti riservati - Powered by Q-web srl Enteweb
Per una visione ottimale del sito si consiglia di utilizzare una risoluzione 1024x768 e carattere piccolo